Zustìssia, il tempo rubato e la forza di non arrendersi
La giustizia non è una parola astratta quando una persona perde trentatré anni della propria vita dietro le sbarre. È il cuore, concreto e doloroso, di Zustìssia, il film con cui Francesco Piras porta sullo schermo la vicenda di Beniamino Zuncheddu, condannato per un triplice omicidio in Sardegna e assolto nel 2024. Il racconto segue anche la battaglia dell’avvocato Mauro Trogu, che decide di riaprire il caso e cercare ciò che le prime indagini non avevano visto.
Piras affronta una storia complessa con uno stile sobrio, senza trasformarla in un thriller a colpi di effetti o in un melodramma costruito per strappare lacrime. La regia accompagna con chiarezza il lungo percorso legale e lascia che siano i fatti, e il loro peso, a parlare. Il contrasto tra gli spazi chiusi del carcere e dei tribunali e gli orizzonti della Sardegna dà al film una cornice visiva essenziale ma significativa: la libertà non è un concetto lontano, è anche poter tornare ai propri luoghi.
Fabrizio Ferracane dà a Zuncheddu una presenza misurata e intensa. Non cerca di rendere il personaggio un simbolo senza sfumature: ne restituisce la dignità, la pazienza e la tenacia, lasciando che spesso siano i silenzi e il volto a raccontare gli anni passati. Michele Riondino interpreta Trogu con energia controllata, mostrando la determinazione di un avvocato che non si accontenta delle risposte già scritte. Attorno a loro, il cast sostiene con efficacia una vicenda corale, in cui la famiglia e gli alleati diventano parte concreta della speranza.
Il film trova uno dei suoi aspetti più coinvolgenti proprio nel rapporto tra i due uomini. Da una parte c’è chi ha continuato a dichiararsi innocente anche quando sembrava inutile; dall’altra chi, studiando le carte e insistendo, sceglie di mettere in discussione una verità ufficiale. Zustìssia parla così degli errori delle istituzioni, ma anche della responsabilità individuale: la giustizia può fallire, eppure la coscienza e l’impegno delle persone possono contribuire a rimetterla in moto.
La ricostruzione deve necessariamente spiegare passaggi giudiziari e tempi molto lunghi, e in alcuni momenti il racconto procede più per informazioni che per slancio drammatico. È un limite contenuto, legato alla materia stessa, che non cancella la partecipazione suscitata dalla vicenda. Piras mantiene un tono rispettoso e non cerca scorciatoie emotive: proprio questa misura rende più forte la denuncia e lascia spazio a una speranza mai ingenua.
Zustìssia è cinema civile accessibile, che invita a seguire una storia vera senza ridurla a una lezione. È un film da vedere per le interpretazioni, per il legame con la Sardegna e soprattutto per la domanda che affida allo spettatore: che cosa significa davvero amministrare giustizia? Uscendo dalla sala, resta la consapevolezza del tempo che non si può restituire, ma anche il valore di chi non smette di cercare la verità.