Verity, quando la verità diventa un gioco pericoloso
Una casa isolata, una scrittrice che non può parlare e pagine capaci di cambiare il senso di ogni cosa: Verity costruisce il suo fascino su un dubbio semplice e irresistibile. Lowen Ashleigh, interpretata da Dakota Johnson, arriva nella tenuta della celebre Verity Crawford per aiutarla a completare i suoi libri. Ma tra gli appunti dell’autrice trova confessioni che trasformano il lavoro in un’indagine e rendono sempre meno chiaro a chi credere.
Michael Showalter sceglie un tono da thriller gotico, fatto di spazi appartati, segreti e attrazioni che mettono a disagio. La casa diventa il centro di un’atmosfera sospesa: ogni documento sembra promettere una risposta, ma ne apre subito un’altra. Il film non punta soltanto sulla suspense; si diverte anche con gli eccessi melodrammatici e con il confine sottile tra ciò che si scrive e ciò che si vive. È una storia che invita a formulare ipotesi e a cambiarle strada facendo, senza chiedere di prenderla sempre sul serio.
Il cast sostiene bene questo gioco. Johnson dà a Lowen un’aria insieme vulnerabile e guardinga, adatta a una protagonista che cerca di capire la situazione mentre ne è sempre più coinvolta. Anne Hathaway, nei panni della scrittrice al centro del mistero, è la presenza più magnetica: anche quando resta in silenzio, il personaggio continua a occupare la scena e a far nascere domande. Josh Hartnett completa il triangolo con una recitazione misurata, mantenendo il marito Jeremy in una zona d’incertezza che alimenta i sospetti.
Il piacere del film sta soprattutto nella sua natura di intrattenimento senza troppe cerimonie: una vicenda oscura, sensuale e a tratti volutamente sopra le righe, che alterna inquietudine e divertimento. Fra i suoi temi ci sono la fiducia, il potere delle storie e il modo in cui una confessione può essere, allo stesso tempo, una rivelazione e una forma di manipolazione. Anche l’idea che chi racconta controlli la versione dei fatti aggiunge un piccolo brivido: qui la verità non è un punto d’arrivo, ma qualcosa che ogni personaggio prova a riscrivere.
Qualche passaggio può sembrare tirato e il film insiste su alcune svolte più del necessario; è il limite di un thriller che ama i colpi di scena e non sempre trova la misura migliore. Ma la curiosità resta viva, gli interpreti danno corpo ai sospetti e Showalter mantiene il racconto abbastanza agile da far venir voglia di scoprire che cosa si nasconde dietro le pagine di Verity. Per una serata al cinema all’insegna del mistero, delle ambiguità e di un pizzico di melodramma, è una scelta godibile: meglio arrivarci senza cercare di indovinare tutto in anticipo.