Trainspotting, trent’anni di energia e disincanto
A trent’anni dalla sua uscita, Trainspotting conserva una vitalità rara: è un film ruvido, ironico e pieno di slancio, che trascina lo spettatore nella vita di Mark Renton e dei suoi amici senza trasformare la dipendenza in un’avventura da imitare. La riedizione per il 30° anniversario offre l’occasione di ritrovare sul grande schermo il film di Danny Boyle, ma anche di misurare quanto la sua forza dipenda da qualcosa di più della nostalgia per gli anni Novanta.
A Edimburgo, Renton e la sua compagnia girano in tondo tra eroina, piccoli guai e amicizie che sanno essere insieme accoglienti e distruttive. Boyle racconta questo mondo con una regia scattante e inventiva: il ritmo è alto, le immagini hanno una personalità immediata e la musica accompagna l’azione senza fare da semplice sottofondo. I brani scelti danno al film una spinta contagiosa e ne fissano l’atmosfera, sospesa tra euforia e una realtà molto meno brillante. È proprio questo contrasto a renderlo avvincente: l’energia non cancella la fatica e il vuoto, ma li rende ancora più visibili.
Il film passa con naturalezza dal sarcasmo a momenti di autentico disagio. Le battute e le esagerazioni dei protagonisti divertono, ma non addolciscono le conseguenze delle loro scelte. Boyle non impartisce lezioni né cerca di rendere i personaggi esemplari: li osserva da vicino, con tutto il loro egoismo, la loro fragilità e il bisogno di restare uniti anche quando quella compagnia li tiene prigionieri. Sotto la superficie provocatoria si fa strada una domanda semplice e difficile: che cosa significa scegliere una vita diversa quando il futuro sembra offrire poche alternative?
Ewan McGregor dà a Renton presenza e ambivalenza: è brillante e magnetico, ma non per questo sempre affidabile. Attorno a lui, Ewen Bremner, Jonny Lee Miller, Kevin McKidd e Robert Carlyle compongono un gruppo vivace, in cui ogni amico ha un carattere riconoscibile e un modo diverso di stare al mondo. L’intesa tra gli interpreti rende credibili sia la comicità sia i momenti più amari, e impedisce che la storia si riduca a una successione di provocazioni.
Non tutto è calibrato allo stesso modo: la ricerca continua dell’effetto e il tono volutamente eccessivo possono risultare insistenti, soprattutto per chi preferisce racconti più sobri. Ma Trainspotting non ha perso il suo passo né la capacità di scuotere. La sua fotografia di una gioventù disorientata resta insieme sfrontata e malinconica, e la musica, l’umorismo nero e le interpretazioni mantengono il film vivo. Vederlo al cinema è un’occasione preziosa per apprezzarne ritmo e impatto collettivo, e per riscoprire un’opera che diverte senza nascondere il prezzo della fuga.