Un viaggio nel musical che ha fatto sentire tutti a casa
Da spettacolo teatrale nato con mezzi modesti a fenomeno capace di attraversare generazioni, *The Rocky Horror Show* ha costruito la propria leggenda anche grazie a chi, sera dopo sera, ha trasformato le proiezioni in un rito collettivo. *Strange Journey: The Story of Rocky Horror*, documentario diretto da Linus O’Brien, ripercorre questa avventura con affetto e con un’idea chiara: raccontare non soltanto come è nato un cult, ma perché continua a essere importante per tante persone.
A guidare il racconto è Richard O’Brien, creatore dello spettacolo, affiancato da interpreti e collaboratori come Tim Curry, Susan Sarandon, Barry Bostwick e Nell Campbell. Le loro testimonianze danno al film un tono vivace e familiare: ciascuno porta con sé ricordi diversi, dall’origine del progetto alle difficoltà incontrate lungo il cammino. La presenza del regista, figlio di Richard, favorisce un accesso prezioso a questa memoria, ma rende evidente anche il legame personale con la storia. Il documentario non nasconde gli inciampi e i momenti meno gloriosi; resta però, nel complesso, un omaggio caloroso, più interessato a celebrare che a mettere in discussione il mito.
La regia procede con chiarezza, alternando racconti, ricordi e materiali legati alle diverse tappe della produzione. Non cerca svolte spettacolari: il suo punto di forza è lasciare spazio alle voci, soprattutto quando la conversazione passa dalle canzoni e dalle interpretazioni all’esperienza del pubblico. Tim Curry conserva una presenza magnetica anche nel racconto, mentre le memorie di Sarandon e degli altri protagonisti aggiungono concretezza alla storia. Più che un’indagine distaccata, è una conversazione corale, sostenuta dall’energia di chi ha partecipato alla nascita di qualcosa di insolito.
È proprio sul pubblico che il documentario trova il suo centro emotivo. Le proiezioni di mezzanotte, i costumi e la partecipazione in sala non sono presentati solo come eccentricità divertenti: diventano il segno di una comunità, un luogo in cui chi si sentiva ai margini poteva riconoscersi e stare insieme senza doversi giustificare. Le testimonianze di fan e artisti mostrano quanto quell’opera abbia offerto occasioni di espressione e di appartenenza, in particolare a spettatori queer. Così, la storia di un musical trasgressivo si allarga a una riflessione semplice e sentita sul valore di trovare i propri simili.
Il ritmo è scorrevole e i novanta minuti passano con facilità, ma chi cerca un’inchiesta critica e approfondita potrebbe desiderare più distanza dai protagonisti e uno sguardo meno indulgente. È un limite comprensibile per un film nato anche come dichiarazione d’affetto; non cancella però la ricchezza dei racconti né il piacere di ritrovare un’opera che ha saputo trasformare la diversità in festa condivisa.
Per chi ama *Rocky Horror*, il documentario offre nuove prospettive e il gusto di rivedere riuniti alcuni dei suoi volti più memorabili. Per chi lo conosce poco, è un invito accessibile a scoprire come un progetto fuori dagli schemi abbia trovato una casa nel cuore del pubblico. Vederlo al cinema, nel buio della sala e in compagnia, sembra il modo più adatto per celebrare una storia nata per essere condivisa.