Primetime: quando la giustizia diventa spettacolo
Nel 2006, quando la televisione generalista era ancora capace di trasformare un programma in un appuntamento nazionale, Chris Hansen si prepara a portare in prima serata To Catch a Predator. Il format smaschera uomini che credono di incontrare minorenni conosciuti online, ma il film di Lance Oppenheim non si ferma alla trappola: guarda anche chi la organizza, chi la conduce e chi, da casa, non riesce a distogliere gli occhi.
Primetime trova subito una sua atmosfera precisa: sporca, inquieta, quasi febbrile. L’immagine richiama la televisione di quegli anni, con colori accesi e una grana ruvida che fa sembrare ogni ambiente un po’ guasto. Anche quando le telecamere del programma non sono in funzione, resta la sensazione che tutti siano sotto osservazione. Oppenheim, documentarista al suo esordio nella finzione, usa questa scelta con efficacia: non abbellisce il mondo che racconta, ma lo rende seducente e sgradevole insieme, proprio come il programma che ne è al centro.
Robert Pattinson è il motore del film. Nei panni di Hansen compone un personaggio ambizioso e sfuggente, capace di presentarsi come paladino della verità mentre si lascia attrarre dal successo e dal potere di stare davanti alle telecamere. La sua interpretazione, nervosa e trasformista, evita il ritratto facile: non assolve il conduttore, ma mostra quanto possa essere difficile separare la convinzione di fare la cosa giusta dal piacere di diventare una star. Accanto a lui, Merritt Wever dà solidità alla produttrice Andie Bender, pratica e determinata; Skyler Gisondo rende credibile la vulnerabilità di un giovane coinvolto in un ruolo più grande di lui.
Il cuore del racconto è una domanda semplice e scomoda: quando si cattura un colpevole davanti a milioni di spettatori, si sta facendo informazione, giustizia o intrattenimento? Il film non offre una risposta comoda. Mostra come una causa apparentemente limpida possa convivere con ambizioni personali, pressioni di rete e appetito del pubblico. E invita a riconoscere anche il nostro posto in questo meccanismo: guardare indignati non significa necessariamente essere fuori dal gioco.
La materia è dura e l’insistenza su certi aspetti può risultare faticosa; inoltre, il film sembra talvolta più interessato all’impatto visivo che ad approfondire tutte le sue implicazioni. Sono limiti reali, ma non cancellano la forza del progetto. Primetime è un thriller insolito, sostenuto da un protagonista magnetico e da una regia che sa trasformare il disagio in tensione. Per chi ama i film che intrattengono e, nello stesso tempo, lasciano una domanda in sospeso, è una proposta da vedere sul grande schermo.