Nina Roza, il ritorno alle origini raccontato con delicatezza
In Nina Roza, il viaggio di Mihail in Bulgaria comincia come un incarico professionale: verificare se Nina, una bambina di otto anni diventata famosa in rete, sia davvero l’autrice dei dipinti che le vengono attribuiti. Ma tornare nel Paese lasciato quasi trent’anni prima significa riavvicinarsi a legami e ricordi che l’uomo aveva cercato di tenere a distanza. Geneviève Dulude-De Celles costruisce attorno a questo ritorno un dramma intimo, in cui l’arte apre la porta a domande più grandi: che cosa perdiamo quando ci allontaniamo dalle nostre origini, e quanto a lungo il passato può restare in disparte?
La regia procede senza fretta e lascia che siano gli incontri e i luoghi a dare forma al cambiamento di Mihail. Il paesaggio bulgaro non è un semplice sfondo: contribuisce a rendere concreto il contrasto fra la vita costruita lontano e il mondo che il protagonista ha lasciato. La fotografia accompagna questo percorso con toni raccolti e malinconici, mentre i primi piani seguono con attenzione le esitazioni di un uomo che non è pronto a spiegare, nemmeno a se stesso, ciò che prova. Ne nasce un’atmosfera quieta, mai del tutto cupa, che invita a osservare più che a cercare colpi di scena.
Galin Stoev è il centro emotivo del film. La sua interpretazione trattenuta restituisce bene le incertezze di Mihail: dietro la sicurezza del professionista affiora poco a poco un uomo che si accorge di quanto il distacco abbia inciso sulla sua vita. Anche il confronto con Nina è interessante proprio perché la bambina non viene ridotta a un espediente per risolvere i problemi degli adulti. La sua presenza riporta l’attenzione sul luogo in cui è cresciuta e su ciò che lei desidera per sé, mentre il lavoro della gallerista interpretata da Chiara Caselli introduce con chiarezza la pressione commerciale che può accompagnare la scoperta di un nuovo talento.
Il film intreccia così il tema dell’identità con quello del mercato dell’arte, senza trasformare la vicenda in una lezione. La domanda sull’autenticità dei dipinti conta, ma non esaurisce il racconto: il talento di Nina diventa anche un’occasione per Mihail di interrogarsi sul significato di custodire qualcosa, che si tratti di opere, affetti o memoria. Accanto al rapporto con la figlia Roza, rimasto segnato dalla scelta di trasferirsi in Canada, il ritorno in Bulgaria fa emergere il prezzo di una distanza che sembrava ormai definitiva.
La narrazione volutamente lenta e il tono malinconico richiedono un po’ di pazienza: chi cerca un dramma ricco di svolte potrebbe trovare alcuni passaggi troppo misurati. È però una scelta coerente con un film che preferisce far maturare le emozioni anziché sottolinearle. Nina Roza conquista proprio con questa discrezione, con la sensibilità del suo protagonista e con uno sguardo partecipe su chi prova a ricucire il rapporto con le proprie radici. Un film da vedere al cinema per lasciarsi accompagnare, con calma, verso una riflessione personale su casa, famiglia e appartenenza.