MINOTAUR, il labirinto della paura quotidiana
Con MINOTAUR, Andrey Zvyagintsev prende una vicenda privata e la lascia lentamente contaminare dal mondo che la circonda. Il risultato è un dramma teso, attraversato da venature da noir, in cui la crisi di una coppia diventa anche il ritratto di una società che ha imparato a convivere con la paura e a voltarsi dall’altra parte. Un film cupo, ma di grande presa, che invita a seguire ogni silenzio e ogni scelta con attenzione.
Al centro c’è Gleb, un dirigente abituato a considerare persone e problemi come caselle da spostare. Quando le autorità chiedono alle imprese di fornire uomini da mandare al fronte, lui cerca una soluzione che protegga i propri interessi. Intanto, nella sua vita familiare, il sospetto che la moglie Galina abbia una relazione incrina un equilibrio già fragile. Zvyagintsev tiene insieme questi fili senza separarli: il potere esercitato sul lavoro e quello cercato dentro casa nascono dalla stessa convinzione di poter controllare gli altri.
La regia sceglie un passo misurato e immagini rigorose. Gli ambienti eleganti della famiglia non trasmettono sicurezza, mentre le strade e i luoghi pubblici sembrano trattenere un’inquietudine che nessuno vuole nominare. La macchina da presa non rincorre gli eventi: osserva, aspetta, lascia che siano gli sguardi e le pause a far crescere la tensione. Questa scelta chiede pazienza, soprattutto a chi cerca un thriller rapido, ma rende più incisivi i momenti in cui la calma si spezza.
Dmitriy Mazurov costruisce Gleb senza renderlo un semplice cattivo da giudicare a distanza: nel suo modo di parlare e agire affiorano insieme arroganza, paura e debolezza. Iris Lebedeva dà a Galina una presenza silenziosa ma intensa, capace di far percepire il peso di una vita in cui le decisioni sembrano sempre appartenere a qualcun altro. Il rapporto fra i due resta volutamente spigoloso; è una delle qualità del film, anche se alcuni aspetti della loro vicenda avrebbero meritato più spazio.
La storia è ambientata nella Russia del 2022 e il conflitto in Ucraina non resta sullo sfondo come una notizia lontana: entra nei rapporti di lavoro, nelle conversazioni e nelle scelte morali dei personaggi. Il film non trasforma questo tema in una spiegazione didascalica. Mostra piuttosto come il linguaggio degli affari possa coprire la responsabilità e come la violenza, quando viene accettata come normale, finisca per insinuarsi anche nelle relazioni più intime. Il titolo richiama un labirinto morale in cui trovare l’uscita sembra sempre più difficile.
MINOTAUR non è una visione leggera: dura 135 minuti, procede senza fretta e mantiene un tono severo. Ma la precisione della regia, la prova dei protagonisti e il modo in cui unisce tensione personale e critica sociale gli danno una forza rara. È un film da scegliere al cinema se si ha voglia di un’opera adulta, inquieta e capace di restare in mente anche dopo i titoli di coda.