Mammina, quando la paura ha il volto di casa
In Mammina, Rob Savage parte da un’idea semplice e inquietante: una bambina si trova davanti a una presenza che assomiglia alla sua stessa madre. Ma il film non si limita al gioco del doppio. Al centro c’è Bela, una ragazzina che percepisce la distanza tra i genitori e cerca, con lo sguardo ancora incerto dell’infanzia, di dare un senso a ciò che accade in famiglia. L’entità che le si avvicina promette affetto e protezione, e proprio questa vicinanza rende la minaccia più disturbante.
Savage sceglie un passo rapido, senza lunghe attese prima che il racconto si faccia teso. Le apparizioni e gli imprevisti si susseguono con energia, mentre gli spazi familiari perdono poco alla volta la loro sicurezza. La casa, invece di essere un rifugio, diventa un luogo in cui ogni dettaglio può alimentare il sospetto. Il regista sfrutta bene questo contrasto: ciò che dovrebbe essere ordinario si carica di una strana inquietudine, e l’atmosfera resta vicina al punto di vista di Bela, tra paura e bisogno di essere ascoltata.
La giovane Arabella Olivia Clark dà al personaggio una presenza delicata e credibile. Non è soltanto la bambina da salvare: i suoi silenzi e la sua attenzione ai rapporti tra gli adulti aiutano a capire perché l’entità possa esercitare su di lei un richiamo tanto forte. Jessica Chastain, nei panni della madre e della sua inquietante imitazione, è il volto più magnetico del film. La sua interpretazione rende efficace il continuo dubbio tra ciò che rassicura e ciò che minaccia. Jay Duplass completa il nucleo familiare con un padre affettuoso ma non sempre capace di colmare la distanza che si è creata in casa.
Il film trova così il suo tema più interessante nel legame tra orrore e fragilità familiare. La paura soprannaturale si intreccia al timore, molto concreto, che gli adulti non riescano a proteggere una bambina dalle proprie inquietudini. È una prospettiva che dà peso emotivo ai momenti di tensione e rende Mammina più coinvolgente di una semplice successione di spaventi. Anche l’energia visiva della regia e il ritmo sostenuto aiutano a mantenere alta l’attenzione.
Non tutto ha la stessa forza: quando gli eventi si accumulano, il film tende a ripetere alcuni meccanismi horror e il racconto perde parte della sua ambiguità. Ma il rapporto tra Bela e le due immagini della madre, insieme alla presenza incisiva di Chastain, gli dà un’identità riconoscibile. In 93 minuti, Mammina offre un’esperienza cupa e movimentata, adatta a chi ama gli horror soprannaturali con un nucleo emotivo. Meglio lasciarsi avvolgere dalla sua atmosfera e arrivare in sala senza pretendere che ogni mistero trovi una spiegazione perfetta.