L’impero dei sensi, una passione senza riparo
A quasi cinquant’anni dalla sua realizzazione, il film di Nagisa Ōshima conserva intatta la capacità di mettere a disagio e, insieme, di catturare lo sguardo. Non è un’opera che cerchi di addolcire il desiderio o di ricondurlo a una storia d’amore rassicurante: lo osserva mentre prende spazio, diventa ossessione e allontana i protagonisti da tutto ciò che li circonda. È proprio questa scelta netta a rendere L’impero dei sensi ancora così singolare.
Ambientato a Tokyo nel 1936, il film segue Sada, giovane cameriera, e Kichizō, il padrone della locanda in cui lavora. Tra i due nasce una relazione che si chiude progressivamente in un mondo privato, dove contano soprattutto il corpo e il presente. Ōshima non costruisce il racconto secondo i passaggi consueti di una passione destinata a incontrare ostacoli e riconciliazioni. Preferisce restare vicino ai suoi protagonisti e mostrare come il loro legame, intenso e sempre più esclusivo, trasformi il piacere in una forma di dipendenza.
La regia è diretta, priva di imbarazzo e di compiacimento moralistico: non distoglie lo sguardo, ma neppure offre allo spettatore una via semplice per sentirsi al sicuro. L’erotismo esplicito è parte essenziale del film, non un’aggiunta pensata per provocare a ogni costo. Serve a raccontare un’intimità che si fa totalizzante e a rendere visibile il confine sempre più fragile tra desiderio, possesso e pericolo. Questa radicalità può risultare difficile; chi cerca una storia d’amore convenzionale, o non desidera confrontarsi con immagini sessualmente esplicite, potrebbe trovarlo respingente. Il film, però, non chiede di scambiare lo scandalo per profondità: la sua forza sta nel modo lucido con cui segue la logica estrema della coppia.
Eiko Matsuda e Tatsuya Fuji sostengono con coraggio e misura una prova molto esposta. Matsuda dà a Sada un’intensità che non la riduce a semplice oggetto del desiderio, mentre Fuji accompagna l’evoluzione di Kichizō senza trasformarlo in una figura facile da giudicare. I due attori rendono credibile la bolla in cui i personaggi scelgono di rinchiudersi, e la loro presenza mantiene il film ancorato a una relazione concreta, non a una provocazione astratta.
A rendere speciale L’impero dei sensi è anche il contrasto tra il suo tono controllato e la materia incandescente che racconta. Ōshima lascia che gesti e momenti ripetuti acquistino peso, mentre il mondo esterno resta sullo sfondo come una realtà dalla quale i protagonisti si separano sempre di più. Sotto la carica erotica affiorano così temi molto semplici e inquietanti: il bisogno di appartenere a qualcuno, la libertà di sottrarsi alle regole e il prezzo di spingere un desiderio fino a farne l’unico orizzonte.
La visione è impegnativa e non per tutti, ma il film ripaga chi è disposto ad avvicinarlo senza aspettarsi consolazione. Al cinema, nella sua dimensione visiva e senza distrazioni, la scelta radicale di Ōshima può essere riscoperta per ciò che è: non soltanto un’opera scandalosa, ma un ritratto rigoroso e magnetico di una passione che non conosce misura.