Quarant’anni di risate, visti dalla cabina di regia
La Gialappa’s Band ha cambiato il modo di guardare la televisione senza quasi mai metterci la faccia: bastavano tre voci, un commento fulminante e la capacità di trovare il lato comico dove gli altri vedevano solo la diretta. A quarant’anni dagli esordi, Walter Veltroni sceglie di raccontare questa storia proprio attraverso chi l’ha attraversata: i tre protagonisti e una folla di artisti che ne hanno condiviso il percorso. Ne nasce un documentario vivace, affettuoso e ricco di ricordi, che invita a ridere ancora e, ogni tanto, a fermarsi un momento.
Il film ripercorre il passaggio dalla radio alla televisione e la nascita di programmi diventati parte della memoria popolare, da Mai dire Banzai a Mai dire Gol. Ma il piacere non sta soltanto nel ritrovare gag e personaggi familiari: sta anche nel capire come si sia formato un modo di fare comicità capace di rovesciare le regole del piccolo schermo. La Gialappa’s osservava il mondo dello sport e dello spettacolo con ironia, lasciando che fossero le immagini, spesso già surreali, a offrire il materiale per le battute. Il documentario mostra quanto quell’intuizione abbia aperto la strada a tanti comici e abbia lasciato un segno duraturo nell’intrattenimento italiano.
Veltroni costruisce il racconto raccogliendo le voci di collaboratori e amici: da Michele Foresta, il Mago Forest, a Teo Teocoli, passando per attori e conduttori che hanno dato vita a personaggi entrati nell’immaginario collettivo. Il loro contributo restituisce il clima creativo di quegli anni e rende la ricostruzione più corale di una semplice celebrazione. Il regista resta fuori campo, lasciando spazio ai ricordi e agli incontri; la sua regia privilegia la chiarezza e il ritmo, alternando testimonianze e materiali legati alla storia del gruppo. È una scelta semplice, adatta a un film che vuole soprattutto condividere una memoria e far emergere il piacere di stare insieme.
Il tono è leggero, ma non superficiale. Accanto alle risate, affiorano l’affetto e le difficoltà che accompagnano un sodalizio lungo decenni. Il rapporto tra Giorgio Gherarducci, Marco Santin e Carlo Taranto dà al documentario un centro umano: dietro il marchio e i tormentoni ci sono persone, un’intesa costruita nel tempo e una libertà comica che ha saputo non prendersi troppo sul serio. Le testimonianze portano con sé anche momenti più emozionanti, senza trasformare il film in un monumento solenne.
Il limite, comprensibile in una storia così densa, è che molti passaggi e protagonisti devono convivere in appena un’ora e quarantacinque minuti: chi desidera un’indagine approfondita su ogni stagione della Gialappa’s potrebbe volere più spazio. Ma la ricchezza dei ricordi è anche parte del suo fascino, e il racconto mantiene un passo accessibile anche per chi non ricorda ogni programma.
L’assurda storia della Gialappa’s Band è dunque un omaggio caloroso, ma anche un viaggio nella televisione italiana vista da un angolo insolito: quello di chi la commentava, la smontava e spesso riusciva a renderla più divertente. Per i fan è l’occasione di ritrovare una compagnia di voci e volti indimenticabili; per chi li conosce meno, un’introduzione piacevole a una comicità intelligente e popolare. Al cinema, la visione condivisa aggiunge un valore naturale: certe risate, come certi ricordi, funzionano ancora meglio quando si sentono risuonare in sala.