Clayface, la paura prende forma in un horror DC tutto suo
Matt Hagen ha il volto giusto per diventare una star. Quando la violenza gli porta via la carriera e la possibilità di riconoscersi allo specchio, un trattamento sperimentale sembra offrirgli una seconda occasione. Ma il corpo, come la vita, non torna sempre alla forma desiderata. Da questa premessa James Watkins ricava un horror che mette da parte la consueta corsa tra supereroi e cattivi e sceglie di guardare da vicino la trasformazione di un uomo ferito, sempre più disposto a confondere giustizia e vendetta.
La scelta più riuscita è proprio la sua identità: Clayface funziona come racconto autonomo, senza chiedere allo spettatore di conoscere a memoria l’universo di Gotham. L’origine fumettistica resta sullo sfondo, mentre al centro ci sono la paura di perdere il proprio aspetto e il prezzo di un mondo che misura il valore delle persone anche in base alla loro immagine. Il film non rinuncia a una vena ironica e a momenti volutamente sopra le righe, ma l’umorismo non cancella il disagio: lo rende parte del gioco.
Watkins conduce la storia con gusto per il grottesco e una buona sensibilità per l’horror. L’atmosfera alterna il fascino patinato dello spettacolo alla cupezza di una città criminale, e la metamorfosi di Matt dà al racconto un elemento visivo forte, capace di suscitare più di un brivido. Trucco ed effetti puntano sulla materia, sulle superfici e sulla carne che cambia: sono immagini pensate per colpire e, per chi non ama il sangue o le trasformazioni corporee, possono risultare davvero sgradevoli. È un limite di pubblico, ma anche una precisa dichiarazione d’intenti: questo non è un film di supereroi travestito da horror, bensì un horror che si diverte a essere scomodo.
Tom Rhys Harries regge il peso del racconto con una prova fisica e partecipe. Il suo Matt conserva una fragilità riconoscibile anche quando la rabbia prende il sopravvento, così la discesa verso la mostruosità non è soltanto una successione di effetti, ma il ritratto di una persona che non sa più distinguere ciò che era da ciò che è diventata. Naomi Ackie dà alla dottoressa Caitlyn Corr curiosità e coscienza, evitando di ridurla a una semplice figura di contorno; David Dencik aggiunge una presenza minacciosa e inquieta.
La storia, a tratti, procede lungo sentieri familiari e non ogni passaggio ha la stessa forza. Ma l’energia della regia, il tono insolito e la libertà con cui il film abbraccia il suo lato mostruoso compensano queste incertezze. Clayface è una proposta interessante per chi cerca un horror di grande schermo con un protagonista tormentato, immagini memorabili e un legame con DC che non diventa un compito a casa. Meglio arrivarci pronti a qualche brivido viscerale: la forma, qui, è una faccenda tutt’altro che tranquilla.