Balcanica, la musica resiste anche ai confini
In Balcanica la musica non è soltanto una professione: è una parte essenziale dell’identità e della libertà dei protagonisti. Il film di Nicola Sorcinelli, al suo esordio nel lungometraggio, segue Nazar, direttore d’orchestra, e suo figlio Jalil, giovane suonatore di tuba, costretti a lasciare l’Afghanistan dopo il divieto imposto dai talebani. La loro meta è l’Italia; il percorso, lungo la rotta balcanica, è fatto di fatica, attese e incertezza. Lungo la strada incontrano Greta, una dottoressa italiana che presta soccorso ai migranti.
Sorcinelli sceglie uno sguardo sobrio, che non cerca effetti facili e lascia parlare soprattutto i corpi, i volti e i luoghi. La frontiera appare fredda e spoglia, e il paesaggio contribuisce a trasmettere la sensazione di un viaggio estenuante, in cui anche gli ultimi chilometri possono sembrare interminabili. La fotografia accompagna questa atmosfera con immagini gelide e crepuscolari, ma senza cancellare del tutto la possibilità di un gesto di cura o di un nuovo incontro. È una regia essenziale, che avvicina lo spettatore ai personaggi e rende concreta la loro vulnerabilità.
Al centro ci sono Babak Karimi e Ivar Wafaei, credibili nel rapporto tra un padre che continua a guardare avanti e un figlio più consapevole dei rischi. La loro intesa dà al racconto il suo nucleo emotivo: non servono grandi discorsi per percepire il peso della strada e la tenacia con cui i due si aggrappano alla musica. Matilda De Angelis porta Greta fuori dai ruoli più consueti, interpretando una donna presente e determinata, ma anche alle prese con i limiti di ciò che può fare. Il suo incontro con Nazar e Jalil evita il sentimentalismo e apre uno spazio di umanità dentro una situazione difficile.
Il film affronta la migrazione senza pretendere di racchiuderne tutta la complessità in una sola storia. La prospettiva resta vicina a questi tre personaggi e al loro incontro: una scelta che rende il racconto accessibile, ma lascia sullo sfondo alcuni aspetti più ampi della rotta e del suo contesto. Anche il ritmo, volutamente quieto, può risultare lento in certi passaggi. Sono limiti contenuti, che non cancellano la sincerità del progetto né la forza delle interpretazioni.
Balcanica parla di fuga, accoglienza e dignità, ma anche del bisogno di continuare a fare ciò che dà senso alla propria vita, persino quando tutto sembra impedirlo. È un dramma asciutto e partecipe, più interessato ad ascoltare che a impartire lezioni. Per chi cerca al cinema una storia umana, capace di unire uno sguardo attento ai personaggi a un tema urgente, è un film che merita attenzione.